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Adozione, la parola all'esperto: il bambino

Esaminiamo con l'esperto i risvolti psicologici dell'adozione sul bambino...

La parola all'esperto: il bambino
© Getty Images

Quali sono le emozioni che vive un bambino in procinto di essere adottato?

Il bambino si sente abbandonato, ma spesso non ne conosce il motivo e si sente in qualche modo responsabile, per questo ha paura di essere nuovamente abbandonato e, siccome non si fida ancora dei suoi nuovi genitori, li sfida per vedere se veramente loro gli vogliono bene, attraverso comportamenti aggressivi o minacce di abbandono.
Tali comportamenti aggressivi, se da una parte, possono essere un mezzo per negare realtà dolorose e minacciose, dall'altra possono, però, generare sensi di colpa e il timore di essere nuovamente abbandonato.
Questo fa sì che inizialmente il bambino alterni momenti di rivalsa e momenti di richiesta di affetto che possono stupire gli adottanti.

Quali sono le sue paure più grandi all'arrivo nella nuova casa?

Le reazioni del bambino ai nuovi genitori possono essere varie:può esserci un innamoramento istantaneo seguito poi dalla paura di attaccarsi, può esserci una fase di osservazione in cui il bambino scruta e mette alla prova anche con comportamenti provocatori oppure un attaccamento a uno solo dei genitori e difficoltà di rapporto con l’altro.

Quali sono le difficoltà maggiori di integrazione per il bambino?

Il processo che porta alla costruzione di una identità definita risulta essere ancora più difficile se il bambino adottivo appartiene ad un'altra razza.
 Innanzitutto da parte dei genitori adottivi deve esserci un'accettazione dell'etnia da cui proviene il bambino, soprattutto nel caso di bambini di pelle diversa.
Da parte di alcuni genitori adottivi, invece, c'è la convinzione che la loro sia una razza superiore ed è per questo motivo che essi minimizzano e negano talvolta le differenze somatiche e del colore della pelle del bambino adottato, cercando di farlo sentire bianco.
Inoltre per evitare al figlio situazioni frustranti all'esterno (quali giudizi negativi sulla sua etnia) tendono a proteggerlo molto.
Per il bambino va considerato che l'adozione, se da una parte, gli dà la sensazione di essere desiderato da qualcuno, nello stesso tempo gli dà la certezza del rifiuto.
Tuttavia questa negazione al bambino della sua origine non può durare molto perché egli ben presto si accorge di essere diverso e ciò rinforzerà la sua sensazione di appartenere ad una razza socialmente non accettata.
In questi casi i genitori adottivi si comportano come se il bambino fosse uguale a loro, facendo in modo che egli diventi al più presto parte della loro famiglia e del loro contesto socio-culturale, negando, però, l'importanza della sua appartenenza ad un'altra etnia ed evitando di valorizzare gli aspetti positivi della sua diversità, impedendogli, quindi, un'integrazione nella comunità in cui vive.

Il bambino arriverà a considerare i genitori adottivi come i veri genitori o avrà sempre una sensazione di non appartenenza?

Il bambino può ricordare frequentemente le sue origini, per non perdere la propria identità.
Egli così racconta dei suoi genitori naturali, magari idealizzandoli, per dare una definizione di sé, all'interno di un ambiente per lui assolutamente sconosciuto.
Particolarmente delicato è il passaggio all'adolescenza del figlio adottato: viene spesso vissuta come prima verifica, da parte dei genitori, di ciò che si è seminato e, da parte del figlio, di ciò che  si è ricevuto.
Nel fare ciò il figlio si rivolge spesso al passato, alla ricerca di un punto di riferimento. Quindi la ricerca delle proprie origini è conseguente alla ricerca di un identità.
Infatti, se il ragazzo non riesce a trovare nel presente elementi che lo aiutino a definirla, egli sarà costretto a ricercarli nel passato.
Spesso la ricerca dei propri genitori si esaurisce magari quando essa sta per avere esito positivo, perché l'adolescente adottato sembra aver più bisogno di un'immagine di genitore naturale buono, rassicurante, che del genitore reale, per esorcizzare le fantasie di abbandono e di senso di vuoto che attraversa in questo periodo.



* Dottoressa Silvia Ferrari, ricercatore universitario in Psichiatria presso la Clinica Psichiatrica del Policlinico di Modena dell'Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia.

** Dottoressa Marisa Bolondi, specializzanda in Psichiatria dell'Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia presso l'AUSL di Baggiovara.

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07/12/2010

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