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Il parto in acqua in 10 domande

A partire dai primissimi esperimenti di de Michel Odent, il parto in acqua vive oggi un ritorno di popolarità. Ma quali sono esattamente i vantaggi che offre? E il bambino come lo vive? Facciamo il punto della situazione in 10 domande.

Il parto nell'acqua
© Getty Images

A partire dalle prime esperienze di Michel Odent, i benefici apportati dall’acqua nell’alleviare i dolori e favorire la dilatazione sono stati ripetutamente dimostrati: le proprietà rilassanti dell’acqua possono quindi facilitare notevolmente il travaglio della futura mamma. Alcuni reparti maternità si sono quindi attrezzati con delle vasche da bagno per favorire il travaglio, ma il parto nell’acqua lascia scettica la stragrande maggioranza dei medici. Ti consigliamo di discuterne con il tuo ginecologo e con l’ostetrico.

Da un punto di vista pratico, ricorda che il fatto di essere immersa non impedisce in alcun modo di tenere sotto controllo il bebè, grazie a dei monitor che permettono di seguire i ritmi cardiaci del feto, concepiti soprattutto per funzionare nell’acqua. Anche l’epidurale può essere effettuata in ambiente acquatico. 

1 – Quando è avvenuto il primo parto in acqua?

Il primo in assoluto ha avuto luogo in Francia nel 1803, quando si è deciso di aiutare una mamma il cui travaglio era lungo e difficile, proponendole l’utilizzo di una vasca. Ma solo negli anni ’70 a Pithiviers, in Francia, il pioniere di questo metodo, il Dottor Michel Odent, ha osservato questa naturale inclinazione della donna incinta per l’acqua al momento del parto. Il dottor Odent è arrivato a comprare una specie di piscina gonfiabile, con l’idea di metterla a disposizione della paziente per la fase del travaglio ma non per la nascita: il primo parto nell’acqua lo ha quindi colto di sorpresa, poiché ha dovuto andare a recuperare lui stesso (del tutto vestito) il neonato nella piscina! 

2 – Perché partorire in acqua?

Quante volte ti è capitato di regalarti un bel bagno caldo per rilassarti? È noto che l’acqua calda allevia notevolmente i dolori, i crampi e i mali di ogni genere, poiché libera endorfine, degli analgesici naturali prodotti dal nostro corpo. Inoltre la possibilità di galleggiare permette di muoversi più facilmente che fuori dall’acqua e, secondo diversi studi, riduce lo stress, influendo quindi positivamente sulla progressione del travaglio. Altri vantaggi: l’acqua rilassa i muscoli del bacino, riduce la pressione arteriosa, distende il perineo e facilita la respirazione grazie all’umidità (in particolare nel caso delle donne asmatiche). Va notato che la temperatura dell’acqua va dai 35 ai 37°C nelle fasi preliminari del travaglio e in seguito è di 37-37,5°C a partire dalla seconda fase; la temperatura dovrà essere controllata a intervalli regolari. 

3 – Per il bambino quali sono i benefici di un parto nell’acqua?

Quanto più tu sarai rilassata (lo stato di calma ottimizza l’apporto di ossigeno al bambino attraverso la placenta), tanto meno il bebè sarà stressato, e inoltre saranno maggiori le possibilità di non dover ricorrere a sostanze come la petidina (un analgesico della classe degli oppioidi), che potrebbe avere effetti indesiderati sul bambino. Si suppone inoltre che nascere nell’acqua renda meno traumatico per il piccolo il passaggio dall’utero al mondo esterno; inoltre, dato che la mamma è più rilassata, anche lui è più calmo. 

4 – Non sussiste davvero alcun rischio per il bambino?

Nel 1999 il British Medical Journal ha pubblicato i seguenti dati statistici: su 4030 bambini nati nell’acqua tra il 1994 e il 1996, in Inghilterra e in Galles, 34 hanno dovuto ricevere cure neonatali specialistiche – in altre parole un numero minimo rispetto ai bambini nati fuori dall’acqua. Per quanto riguarda la mortalità neonatale per i bambini nati con questa tecnica, il tasso era pari a 1,2 su 1000, ma la morte non era dovuta in nessun caso al parto in acqua. 

5 - Qual è il momento giusto per entrare in acqua?

Uno studio condotto su 1082 donne2 che hanno scelto di partorire in questo modo ha evidenziato che, se esse entravano in acqua appena iniziato il travaglio (dilatazione del collo dell’utero di solo 1 o 2 cm), quest’ultimo tendeva a rallentare o a interrompersi. Si ritiene quindi che il momento ideale sia a circa 5 cm di dilatazione; poiché sembra che i benefici dell’acqua siano limitati nel tempo, se pensi di essere entrata nella vasca troppo presto è meglio che tu esca e rientri in acqua più tardi. 

Le controindicazioni

L’85% delle donne può scegliere di partorire in acqua, ma questo metodo è sconsigliato nei seguenti casi:

  • Presenza di patologie della madre come il diabete, le patologie renali, polmonari o cardiache o la preeclampsia conclamata.
  • La mamma con eccesso di nervosismo o ipersensibilità o che non si sente a proprio agio in ambiente acquatico.
  • La stanchezza che in generale colpisce la mamma durante il travaglio.
 
  • La mamma affetta da IADS, epatite B o altre malattie contagiose.
  • La mamma che, per qualunque ragione, necessita di una fleboclisi.
  • Le perdite anomale di sangue.
  • La presenza di un problema di placenta previa.
  • Il parto prematuro.
  • Anomalie nel ritmo cardiaco del feto.
  • La presenza di un liquido amniotico molto ricco di meconio (il materiale contenuto nell’intestino del feto).
  • Una posizione (o presentazione) del bambino anomala.
  • Una sproporzione cefalo-pelvica.  
  • Una grave malformazione fetale. 

6 – C’è il rischio che il mio bambino aspiri dell’acqua mentre sono nella vasca?

Nel 1996 uno specialista di questione neonatale, Paul Johnson, ha pubblicato i risultati di una ricerca da lui condotta sul riflesso respiratorio del bambino al momento della nascita: è emerso che questo riflesso del naso e della bocca è prodotto dalla stimolazione di specifici recettori sensoriali da parte dell’aria, e quindi esso non insorge in caso di nascita nell’acqua (quest’ultima viene eventualmente ingoiata ma non inalata), ma solo quando la testolina emerge. Finché è legato al cordone ombelicale, il bambino riceve sangue e ossigeno attraverso la placenta, e questa trasmissione prosegue anche dopo l’uscita dal ventre materno, sia che questo avvenga all’aria sia nell’acqua. Il riflesso respiratorio verrà innescato solo quando il bambino sentirà l’aria sulla pelle e avvertirà la variazione di temperatura. In ogni caso il bebè è sottoposto a un monitoraggio costante dell’attività cardiaca e respiratoria. 

7 - La fase del travaglio può velocizzarsi se faccio questa scelta?

Sì, o perlomeno è ciò che hanno dimostrato gli studi condotti su questo argomento. Più la mamma è rilassata e a proprio agio, più la fase di travaglio risulterà breve. Il segreto del parto nell’acqua consiste nella facilità di movimento, nello spazio a disposizione della futura mamma per spostarsi liberamente. Gli effetti positivi si notano soprattutto nella seconda fase del travaglio: i dati disponibili2 mostrano che le primipare (le donne che partoriscono per la prima volta) entrate nella vasca quando la dilatazione del collo dell’utero era di 3-5 cm raggiungevano il massimo della dilatazione dopo 3-4 ore in media. 

8 – Questo metodo riduce la percentuale di episiotomie?

In effetti questa tecnica risulta correlata a una percentuale più bassa di episiotomie e di traumi al perineo. Da uno studio italiano3 che ha confrontato i dati relativi a 737 primipare che avevano partorito nell’acqua con quelli riguardanti 407 primipare con parto tradizionale, è emerso che il tasso di episiotomie realizzate nel caso di parto nell’acqua (per le primipare) è largamente inferiore a quello riscontrato nei parti "tradizionali " (rispettivamente lo 0,38 % contro il 23 %).

9 – Come faccio a sapere se questo tipo di parto fa per me?

In primo luogo devi sentirti a tuo agio in questo elemento e sbarazzarti di tutte le tue aure, se ne hai. Le altre raccomandazioni sono le seguenti:

  • Raccogliere sufficienti informazioni sull’argomento, affinché la tua scelta risulti motivata;
  • Aver vissuto una gravidanza normale, che abbia raggiunto almeno le 37 settimane;
  • Avere in grembo un solo bambino, che si presenti in posizione corretta, ovvero cefalica;
  • Non aver ricevuto petidina, un analgesico che induce sonnolenza;
  • Avere la "borsa delle acque" ancora intatta, o che sia rotta spontaneamente da meno di 24 ore. 

10 – E se non soddisfo questi criteri?

Puoi consultarti con lo specialista in ostetricia e ginecologia e con l’ostetrico, e valutare l’ipotesi di ricorrere all’acqua semplicemente per alleviare i dolori di tanto in tanto. Ogni ospedale, però, deve rispondere a certi requisiti: se quello che hai scelto non è adatto al tuo caso per questi motivi e desideri assolutamente partorire in acqua, prova a vederne altri, e fai lo stesso anche nel caso in cui tu non sia convinta dalle posizioni sostenute dal medico o dall’ostetrico.

Laurent Juillet

Fonti:

- "Perinatal mortality and morbidity among babies delivered in water: surveillance study and postal survey", R. Gilbert, P. Tookey, 21/08/99, BMJ (leggere l’abstract in inglese)
- "The tide has turned: Audit of water birth." Brown, Lyn. British Journal of Midwifery, April 1998, (leggere l’abstract in inglese). 
- "Review of 1600 water births. Does water birth increase the risk of neonatal infection?" Thoeni A et al, J Matern Fetal Neonatal Me., 17 mai 2005 . (leggere l’abstract in inglese)

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14/12/2012
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