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Partorire con la ventosa

Il parto con ventosa o “a vuoto” si rende necessario quando il bambino non riesce ad uscire in maniera naturale. Ha una incidenza del 5% nei parti vaginali, una percentuale abbastanza bassa ma meno rara di quanto si potrebbe pensare. E' una valida alternativa al più rischioso forcipe ed al ricorso al cesareo.

La ventosa per il parto
© Getty Images

La storia della ventosa

Si hanno notizie del suo utilizzo sin dal Medio Evo ma è stato nel 1947, durante una conferenza medica a Parigi, che è stato introdotto il termine ufficiale “ventosa” per indicare un preciso strumento metallico per eseguire un parto assistito.

Negli anni 50 il primo modello venne ulteriormente perfezionato da un medico svedese che ne cambiò il nome in “Malmstrom” (il suo stesso cognome).

Il progresso della ricerca scientifica ha portato alla creazione di un nuovo tipo di ventosa: la “Kiwi omnicup”, creata in Australia dal medico italiano Aldo Vacca ed utilizzata oggi in quasi tutti gli ospedali.

La ventosa tradizionale in metallo

Il modello classico di ventosa è costituito da una coppetta di metallo di circa 7 cm di diametro ed 1 cm di profondità. Al centro si trova un piccolo foro al quale viene fissato un tubo di gomma collegato ad una pompa che aspira l'aria presente tra la testa del bambino e la coppa, creando un effetto sotto vuoto. Sono necessari dai 10 ai 20 minuti perché la ventosa aderisca completamente alla testa e sia possibile iniziare l'estrazione del piccolo. Chiaramente non può quindi essere utilizzata nel caso di una sofferenza fetale che richieda una veloce estrazione del bambino.

Essendo in metallo e quindi poco flessibile, è necessaria una importante episiotomia per poterla inserire nella vagina ed è elevato il rischio che si creino abrasioni interne nel punto di contatto con la mucosa. Sempre a causa della sua conformazione, la ventosa tradizionale crea nella testa del bambino un ematoma chiamato “tumore da parto” che può essere più o meno esteso in quanto il cranio si deve adattare alla forma della coppa.

La ventosa Kiwi in plastica

Il modello australiano differenzia da quello tradizionale principalmente per il materiale di cui è composto. La coppetta è in plastica e si adatta maggiormente alla testa del bambino ed alla vagina.

La coppa si applica sulla testa del piccolo e crea immediatamente il sottovuoto, senza che debba essere attivata nessuna pompa per l'aspirazione dell'aria. Lo strumento è quindi più maneggevole per il personale medico e permette una estrazione del feto molto più rapida.

La conformazione della coppa fa sì che sia questa ad adattarsi alla forma della testa del bambino e non viceversa, riducendo moltissimo l'insorgenza di eventuali ematomi sul cranio.

Con questa ventosa inoltre non è necessaria l'episiotomia anche se, nella maggior parte dei casi, viene effettuata comunque per rendere più rapida l'uscita del neonato.

I rischi del parto con ventosa

Con le moderne ventose Kiwi le complicanze dovute al ricorso al questo metodo sono minime.

Tuttavia in rarissimi casi, sopratutto a causa di un errato posizionamento dello strumento, possono insorgere diversi problemi di varia gravità.

Rischi per la madre:

  • Lesioni della mucosa vaginale
  • Lesioni al perineo
  • Lesioni alla cervice
  • Lesioni al nervo pudendo (quello che controlla gli sfinteri)
  • Infezioni alle vie urinarie
  • In alcuni rari casi si è registrato il distacco anulare del collo dell'utero, dovuto sopratutto alla prolungata pressione esercitata dal feto più che all'utilizzo della ventosa stessa

Rischi per il neonato:

  • Comparsa di una bozza siero-sanguinea ovvero un ematoma palpabile sulla testa del bambino più o meno esteso che tende a riassorbirsi nel giro di qualche settimana. Nei casi più gravi comporta un elevato accumulo di sangue che può provocare una leggera anemia nel piccolo.
  • Escoriazioni e lacerazioni al cuoio capelluto
  • Cefaloematoma ovvero un ematoma più profondo della bozza siero-sanguinea che compare a distanza di 24/48 ore dal parto il cui riassorbimento può richiedere diversi mesi.
  • Emorragie della retina
  • Fratture del cranio
  • Ittero
  • Infezioni

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07/03/2012
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