Home  
  
  
    Partorire dopo il termine
Cerca

Gravidanza: la scadenza del termine
 
Il tuo nome :
La tua mail * :
Nome del destinatario :
E-mail del destinatario * :
Messaggio :
*campo obbligatorio
Messaggio inviato

Partorire dopo il termine

Quando si considera passato il termine? Si deve necessariamente indurre il parto? È indispensabile ricorrere al cesareo? Sono tanti gli interrogativi che sorgono quando sei ormai a 1, 2 o addirittura 5 giorni dal termine. Per fare maggiore chiarezza, in Francia il Collège National des Gynécologues-Obstétriciens ha pubblicato delle nuove raccomandazioni sul trattamento delle gravidanze oltre il termine.

Partorire dopo il termine
© Getty Images

Una gravidanza "normale" dura dalle 37 alle 41 settimane. Mentre si parla molto dei parti prematuri,  per i quali si dà per scontato che sia necessaria un’assistenza specifica, sembra che le maternità prolungate o che superano il termine vadano seguite in modo diverso da un caso all’altro. 

Gravidanza prolungata o termine superato?

Parlando di gravidanza, è tutta una questione di linguaggio: mentre le donne la conteggiano in mesi di gestazione, i medici parlano di settimane di amenorrea. Una volta precisata la definizione, specifichiamo che si considera normale una gravidanza che dura dalle 37 alle 41 settimane a partire dalla data delle ultime mestruazioni. E per le donne che non se la ricordano, i medici si basano sull’ecografia del primo trimestre per individuare la data prevista per il parto.

Circa il 30 % delle donne partorisce dopo 40 settimane di amenorrea, il 20 % dopo 39 settimane e il 20% dopo 41 settimane. "Si parla di gravidanza prolungata a partire dalle 41 settimane", spiega il professor Dominique Luton, primario del reparto di ginecologia-ostetricia all’Ospedale Beaujon (AP-HP). "Non c’è niente di patologico, ma è necessario seguire da vicino la situazione ". In altre parole, non si tratta propriamente di un "evento" biologico, ma il 15-20 % delle donne incinte che non hanno ancora partorito al termine previsto viene a trovarsi in una situazione a rischio che è necessario non sottovalutare.

A partire dalla 42a settimana si considera trascorso il termine: è un caso che riguarda circa l’1% delle donne. "Tutti gli indicatori di morbilità e mortalità neonatale passano oltre la soglia d’allarme", sottolinea lo specialista. Lo stesso vale per la mamma, per la quale i rischi di emorragia post parto e di cesareo aumentano notevolmente in questo caso. A partire dalla 43a settimana il rischi di mortalità neonatale raggiunge il 5,8 ‰, rispetto allo 0,7 ‰ a 37 settimane.

Dopo la 41a settimana come viene seguita la futura mamma?

A partire dal momento in cui una donna non partorisce alla data stabilita, viene immediatamente posta sotto un attento controllo: la futura mamma deve recarsi nel reparto maternità ogni due giorni per sottoporsi a esami importantissimi: l’elettrocardiogramma, che permette di accertarsi che il battito cardiaco del bebè sia normale e che non sia insorta una sofferenza fetale, e l’ecografia, che aiuta a valutare il livello di liquido amniotico in cui il bambino è immerso.   "In caso di anomalia, ci si orienterà verso l’induzione del parto o la maturazione cervicale (o maturazione del collo dell’utero)", spiega il Pr Luton.

In quest’ultimo caso, è sempre indispensabile discutere la decisione con la futura mamma, e tenere conto "delle sue preferenze, delle sue caratteristiche (indice di massa corporea, età, presenza di una cicatrice uterina…) e dell’organizzazione delle cure di maternità (ad esempio la vicinanza del reparto al domicilio)". "Se i medici decidono di prolungare la gravidanza oltre la 42a settimana di amenorrea, i rischi per il feto devono essere spiegati alla paziente e messi sulla bilancia insieme agli eventuali inconvenienti correlati a un’induzione del parto", sottolinea il Collège National des  Gynécologues-Obstétriciens de France (CNGOF) nelle sue raccomandazioni terapeutiche. "In medicina è assodato che a partire dalla 42a settimana è necessario intervenire", avverte lo specialista in ginecologia e ostetricia.

Come indurre il parto?

Prima di indurre il parto, è possibile che lo specialista in ginecologia e ostetricia proceda a uno scollamento delle membrane, una tecnica che in un buon numero di donne induce un travaglio spontaneo nella settimana seguente, senza peraltro aumentare il rischio di parto cesareo. In base ai dati presentati dal CNGOF nelle sue raccomandazioni del 2011, lo scollamento delle membrane riduce del 41% il ricorso al parto indotto nelle donne alla 41a settimana e del 72% nelle donne alla 42a. Questa procedura non è però indolore, e può quindi essere realizzato solo con il consenso delle pazienti.

 In caso si riveli necessario procedere all’induzione del parto, il metodo più largamente diffuso è l’utilizzo di un ormone, l’ossitocina, che stimola le contrazioni uterine nel corso del travaglio e del parto. Il personale sanitario ha inoltre a disposizione le prostaglandine E2, molto efficaci, che vengono utilizzate sotto forma di gel o di tamponi vaginali. Anche le prostaglandine E1 sembrano essere efficaci, ma devono ancora essere sottoposte a studi approfonditi per definire le dosi, le vie di somministrazione ottimali (vaginale o orale), la tolleranza e le indicazioni terapeutiche, mentre l’inserimento di una sonda di Foley intracervicale richiede una valutazione più completa soprattutto in riferimento al rischio d’infezione a cui espone la paziente, avverte il CNGOF.

Amélie Pelletier

Commenta
14/12/2012

Per saperne di più:


Newsletter

Test consigliato

Salute: sei pronta a diventare mamma?

Test famiglia

Salute: sei pronta a diventare mamma?

Calcola la data del parto